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Contemporary Humanism

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Le potenze dell’anima (Sebastian Schwibach)

 

Lo scorso febbraio, poco prima che scoppiasse la pandemia, usciva per l’editore Marsilio di Venezia la nuova edizione di Le potenze dell’anima. Vie alla riforma interiore. Dal disincanto al risveglio, saggio di Elémire Zolla pubblicato per la prima volta nel 1968.

 

La nuova edizione, curata dalla moglie e orientalista Grazia Marchianò nell’ambito dell’Opera omnia, consente al lettore di attingere ad un testo che, pur da molti anni fuori commercio, mantiene intatto il suo interesse per la contemporanea riflessione filosofico-religiosa. A prima vista non si direbbe certo un saggio di attualità, ma scorrendo le pagine ci si accorge che i problemi trattati dall’autore sono, proprio per il fatto di essere inattuali, di estremo interesse per il presente.

 

La prima parte si concentra sulla struttura della soggettività, analizzata da Zolla nelle sue parti costituenti, ovvero il corpo, la ragione, l’anima e lo spirito. Se l’essere umano medio si trova imprigionato tra le maglie della triangolazione corpo-ragione-anima, ovvero materialismo-razionalismo-sentimentalismo, è possibile individuare nello spirito o intelletto la possibilità di una liberazione dalle catene e di un’apertura ad una dimensione dell’umano extrasoggettiva ovvero impersonale. La seconda parte analizza tale possibilità passando in rassegna i modi in cui l’essere umano è stato suddiviso nelle varie culture. L’autore individua cioè le diverse modalità in cui nel corso della storia si è declinato il tentativo di riforma interiore, che trova il suo culmine nella vita intellettuale, ovvero in quella esperienza di trascendimento delle opposizioni binarie e di raggiungimento dell’Unità.

 

Chi era dunque Zolla e perché l’edizione dell’Opera omnia risulta di estremo interesse tanto nell’ambito accademico quanto per il lettore appassionato di filosofia e storia delle religioni?

 

Elémire Zolla (Torino 1926-Montepulciano 2002) è stato un intellettuale di spicco del secondo Novecento italiano. Oltre all’opera saggistica e all’impegno in iniziative culturali quali le attività presso l’Istituto Accademico di Roma o l’Istituto Ticinese di Alti Studi, si è dedicato a portare la cultura fuori dallo stretto circolo del mondo accademico attraverso la collaborazione con riviste e giornali quali ad esempio il “Corriere della Sera” o “Il Sole 24 ore”. L’interesse per la filosofia critica proposta dalla Scuola di Francoforte e l’esigenza di trovare una via di fuga dalla crisi della moderna società industriale lo hanno portato ad avventurarsi nello studio della mistica, con un movimento che da Occidente ha sempre più portato verso Oriente.

 

Ebbene, proprio l’intreccio tra critica della modernità e tentativo di trovare una via di uscita da tale impasse è uno dei punti di forza del pensiero zolliano, che al rigore metodologico affianca una inesausta passione per la verità. Mentre fioriscono gli studi contro il mondo della tecnica o a suo favore, mentre l’ambientalismo viene di volta in volta osteggiato o applaudito dalla società, mentre si cerca di individuare dispositivi economici atti a mitigare la dilagante crisi sociale, ambientale, finanziaria, Zolla dal recente passato indica una strada diversa, una via in interiore homine, una possibilità di riforma dell’interiorità prima ancora che della società. Solo a patto di non essere più automi e di seguire il motto delfico “conosci te stesso” fin nelle più desolate contrade della propria anima, solo a condizione di scendere nell’Ade della nostra interiorità per emergerne ricchi di esperienza e conoscenza, sarà possibile individuare i nodi che impediscono di vivere una vita degna di essere vissuta, una vita libera tanto dalle coazioni sociali quanto da quelle personali.

 

Questa è la strada che nella sua opera di poligrafo Zolla ci indica, una strada che continua ad arrivarci come un sussurro nel caos metropolitano.

 

Per ulteriori approfondimenti su Zolla clicca qui.

 

Sebastian Schwibach è dottorando in “Contemporary Humanism” (curriculum “Philosophy and Religion”).

 

 

Covid e religioni (Benedetta Papasogli)

… è sopravvenuta una sorta di normalità vacillante. In una pallida maniera che fa un po’ pensare al “Lazare parmi nous” (Jean Cayrol) della letteratura post-concentrazionaria, dietro i dispositivi di protezione individuale che rendono simbolicamente fioca la voce, tra banchi di chiesa sbarrati dai segnali del distanziamento, la pratica religiosa ha ripreso il suo corso.  Può sembrare il momento di voltare pagina e di archiviare come puramente circostanziali le tensioni e le reazioni, anche scomposte, dei mesi trascorsi. La tesi che qui proponiamo è invece che sia il momento di affinare lo sguardo…

Leggi qui il testo completo.

 

La scuola dopo il Covid (Giuseppe Tognon)

 

Si è chiuso l’anno scolastico più strano del mondo. Anche la scuola si è arresa al virus ed è stata tenuta in vita artificialmente dalle reti digitali, ma non sempre e non dovunque: in molte parti è andata in letargo in famiglia, luogo accogliente o in molti casi devastante.

 

Fra due mesi si aprirà un nuovo anno scolastico senza essere riusciti a far tesoro dell’occasione che passa per iniziare una rivoluzione educativa invocata da decenni. Avremo la scuola del metro di distanza, della sanatoria per qualche decina di migliaia di precari, di qualche migliaia di tablet. Sull’istruzione si sono riempite pagine di giornali senza un’idea originale, ripetendo solo che servono più investimenti e più insegnanti – è vero – ma senza dire che in tutto l’Occidente la crisi dei sistemi scolastici è grave per profonde ragioni sociali e culturali. Chi pensa che con un paio di miliardi in più si possa cambiare il futuro della nostra scuola non sa a che cosa andremo incontro.

 

L’Italia può compensare le sue difficoltà finanziarie e burocratiche solo se mette al centro della scuola pubblica un progetto pedagogico innovativo che stimoli i ragazzi a guadagnar tempo e a sfruttare meglio le loro energie psichiche, se occorre anche riducendo gli anni di scuola e il peso dei programmi. Bisogna saper scegliere: si imparano davvero solo poche cose, quelle che piacciono e quelle che si capisce come usare. L’Italia può farcela se riesce a mettere in pista giovani preparati a 20 anni, non a 30. I genitori che credono che il successo sia il frutto di una lunga e ordinata carriera scolastica non vedono che oggi la scuola assorbe troppo tempo ma coltiva solo in minima parte l’intelligenza dei giovani. In molti casi addormenta invece di svegliare. Illude invece di spronare, anche in università, dove si pretende sempre meno. Il sistema scolastico che conosciamo è stata un’invenzione geniale degli Stati moderni per organizzare la trasformazione industriale delle società contadine. Aveva il suo fine nel lavoro di massa ma ormai, passata l’epoca della fabbrica o del pubblico impiego, lo Stato non è in grado di trasformare il sistema formativo con la rapidità con cui Amazon consegna le merci. La vita per fortuna non si riduce alla logistica, ma il lockdown ha mostrato che, se siamo un popolo di ignoranti, come dicono le indagini internazionali, non possiamo più permetterci una scuola che è culturalmente vecchia, che mortifica le libertà degli insegnanti e dei giovani e che è organizzata come un secolo fa.

 

Il futuro delle nostre scuole sarà turbolento come quello del Paese, che dovrà anche ripensare il ruolo di centinaia di migliaia di donne insegnanti in uno Stato che con una mano paga loro uno stipendio ma con l’altra le mortifica, perché non sa promuovere la natalità, non stimola l’innovazione genitoriale, la convivenza intergenerazionale, il lavoro intellettuale.

 

Occorre riflettere anche sui contenuti: la nostra scuola , soprattutto la scuola media, si scontra con modelli emotivi manipolati da potenti industrie della comunicazione e si basa ancora su un’idea museale e manualistica di apprendimento, un «sistema-catalogo». Oggi, poi, l’ingiustizia sociale ferisce fin da piccoli perché è diventata più subdola e porta in aula codici di comportamento che sono tribali. Così la nostra società è diventata più razzista pur essendo più libertaria.

 

Per difendere la democrazia in crisi è allora necessario insegnare di più la logica, che è una competenza trasversale; è importante mostrare agli studenti come sia giusto competere senza farsi del male; è indispensabile che gli insegnanti non siano schierati per classi di concorso sulla base di carriere di carta ma siano valutati sul campo per quello che veramente sanno fare. Non sappiamo più che cosa sia un curriculo di studio perché ragioniamo ancora per materie e ignoriamo la storia culturale che ha prodotto nei secoli un albero delle conoscenze molto vecchio. Dante è una gloria nazionale, ma oggi merita di essere studiato per il valore universale della sua poesia più che per patriottismo. Le matematiche vanno insegnate prestissimo come un gioco per cogliere il valore universale del pensiero simbolico e il piacere dell’astrazione e non perché servono più ragionieri o geometri. La scrittura manuale va difesa perché è il termometro di una buona psicomotricità. Il diritto dovrebbe essere per tutti perché siamo prigionieri di una rete di regole inutili. Lo studio delle lingue straniere non è necessario per fare il cameriere a Londra o per entrare in una scuola di eccellenza, ma perché rafforza la padronanza della lingua materna e fa crescere lo spirito umanitario.

 

Bisogna insomma dare spazio all’ innovazione pedagogica perché il nostro modello di insegnamento è, in gran parte, un modello fossile e non basta invocare la Montessori, di cui celebriamo quest’anno i 150 anni della nascita.

 

“L’Adige”, 8 luglio 2020

Un comunitarismo universalistico? (Alberto Anelli)

 

Un «comunitarismo universalistico», ovvero sottoporre ad un principio universalistico le appartenenze comunitarie particolari, ritrovando così ad un livello più elevato e universale la stessa esperienza di appartenenza comunitaria, come appartenenza ad una comunità più grande, l’umanità. Questa è l’idea centrale di un libro di Teresa Bartolomei, manifesto di una proposta che si potrebbe a buona ragione considerare come una vera e propria «teoria critica di ispirazione teologica» (Radix, Matrix. Community belonging and the ecclesial form of universalistic communitarism, Lisboa 2018).

 

Il primo obiettivo di Radix, Matrix (impedire la dissoluzione delle particolarità assiologiche) porta ad un confronto diretto con la teoria critica di seconda generazione: quindi, in modo particolare la pragmatica universale di Jürgen Habermas, ma anche la pragmatica trascendentale di Karl Otto Apel che costituisce un referente privilegiato per lo stesso Habermas.

Mentre di Apel – di cui è stata allieva e dalla cui scuola proviene – Teresa Bartolomei riprende e valorizza il ruolo dell’autocontraddizione performativa, proveniente in origine dalla semiotica e dalla filosofia del linguaggio, a Habermas Radix, Matrix contesta di operare una radicale separazione tra valori delle appartenenze particolari e principi universali o universalizzabili.

 

Il secondo obiettivo di Radix, Matrix (universalizzabilità del principio, sua pretesa universale) controbilancia il primo e si muove nella direzione di una relativizzazione delle identità particolari, con la preoccupazione appunto di evitare la loro assolutizzazione, la quale impedirebbe il riconoscimento di un principio universale. Questo secondo obiettivo porta Radix, Matrix ad un confronto diretto con la teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann.

 

L’elemento di maggiore originalità della tesi di Radix, Matrix, consiste nel determinare il principio di universalizzazione non deducendolo da un modello astratto, puramente razionale, ma a partire invece dalle dinamiche storiche e reali delle appartenenze comunitarie storicamente date.

 

Radix, Matrix s’ispira ad un modello storico particolare di appartenenza comunitaria: quello dell’ecclesialità cristiana; a partire dalla forma storica del protocristianesimo, argomenta a favore di un modello di «ecclesiologia filosofica» in grado di porsi come nuova teoria critica: la funzione di ogni appartenenza comunitaria è da ricondurre al «principio di inclusività». Tale principio si articola appunto in due requisiti da tenere insieme: l’uguaglianza e libertà dei membri, l’apertura di principio ad ogni essere umano.

 

Questa ispirazione teologica di Radix, Matrix colloca la sua proposta, inevitabilmente, anche nell’ambito del dibattito teologico sulla società e la politica, nell’ambito cioè di quella che tradizionalmente si definirebbe come la «teologia politica», ma che sarebbe forse oggi più opportuno definire come l’ambito delle «teorie critiche di ispirazione cristiana».

Il dibattito tra queste teorie di ispirazione teologica appare oggi dominato da due progetti teorici, peraltro tra loro antitetici, l’uno appartenente al mondo anglofono, l’altro al mondo francofono.

 

Il primo grande progetto teorico che si distingue nel panorama attuale della teologia è il programma che fa capo a John Milbank e al gruppo di teologi a lui vicini – C. Cunningham, C. Pickstock, G. Ward – all’interno del Centre of Philosophy and Theology dell’università di Nottingham. La teoria sociale, connessa al programma della Radical Orthodoxy, si pone come bersaglio critico il liberalismo economico-politico, il neoliberismo, il capitalismo avanzato dell’odierna stagione della tecnica. Il secondo grande progetto che intende rivisitare la tradizionale questione della teologia politica è senza dubbio quello nato nel contesto della proposta di teologia fondamentale e sistematica di Christoph Theobald, del Centre Sèvres di Parigi, alla cui base sta una teoria soteriologica e cristologica centrata sulla testimonianza biblica: la «santità ospitale» di Gesù.

 

Rispetto alla contro-etica (Milbank) e alla grammatica generativa (Theobald), Radix, Matrix opera un vero e proprio “déplacement”, spostando il livello del discorso da un piano etico ad una dimensione politico-giuridica, più concreta, fortemente attenta ai processi geopolitici attuali di implosione sovranista, e alle questioni del diritto (non solo internazionale).

 

Per approfondire clicca qui.

L’etica che verrà (Stefano Biancu)

Che cosa possiamo conoscere, che cosa dobbiamo fare, che cosa possiamo sperare sono le tre domande che, fin dai tempi di Kant, riconosciamo come essenziali per ogni tentativo umano di pensare l’esistenza e il reale: tre domande rispetto alle quali l’esperienza della pandemia ci ha sottratto ogni facile risposta.

 

 

  1. Ciò che è in nostro controllo e ciò che non lo è

 

Molte volte, durante la pandemia, la situazione ci è apparsa fuori controllo. Proprio così potrebbe essere tradotta la domanda kantiana intorno a ciò che possiamo conoscere: che cosa è in nostro controllo e che cosa non lo è? Ciò che conosci lo domini, ciò che non conosci ti domina.

Il virus ci ha imposto di fare il lutto della illusione di poter avere tutto sotto controllo. Ma ci ha anche messo davanti agli occhi l’esigenza di fare tutto ciò che di buono è in nostro potere. Il virus – in altri termini – ci ha con forza ricondotti alla nostra condizione di esseri vulnerabili e responsabili.

Siamo vulnerabili: qualcosa che non controlliamo può, in ogni momento, ferirci e finanche annientarci. Non c’è assicurazione sulla vita che tenga. D’altra parte, il tentativo vano di immunizzarci da ogni rischio produce un danno maggiore del beneficio atteso. Se per salvaguardare la vita eviti ogni rischio, finisci per annientare quella vita che vorresti proteggere e preservare.

Una vulnerabilità accettata è anche ciò che ci permette di accedere alle esperienze più grandi della nostra umanità. Investire energie in un progetto che – nonostante tutto – potrebbe fallire, esprimere liberamente ciò di cui si è convinti anche se magari non sarà accettato e dovremo pagare per questo, dichiarare il proprio amore a una persona che forse non lo ricambierà, scegliere di condividere la vita con una persona che forse un giorno ci ferirà, confidarsi con un amico che potrebbe non comprenderci o che magari ci tradirà, essere generosi con qualcuno che forse se ne approfitterà: sono tutte esperienze di una vulnerabilità accettata che ci espone al rischio della ferita e del fallimento, ma che anche costituisce l’unica porta di accesso per la nostra umanità, rendendoci vivi. Alla fine della nostra esistenza, sapremo di aver vissuto nella misura in cui avremo accettato la nostra vulnerabilità: le occasioni perse saranno altrettanti sacrifici sull’altare della pretesa di metterci al riparo dal rischio della ferita e del fallimento.

Se il fatto di non poter controllare tutto ci rende vulnerabili, il fatto di poter controllare qualcosa ci rende responsabili, di fronte a noi stessi e agli altri. Non siamo onnipotenti e tuttavia, per la parte che ci compete, siamo responsabili.

La scelta di mettere in quarantena interi Paesi del mondo, con gravi rischi per l’economia mondiale, è stata una scelta di responsabilità a favore di tutti, e in particolare dei più vulnerabili. Nel prossimo futuro altrettanta responsabilità dovremo esercitarla verso coloro che la crisi economica avrà reso vulnerabili.

Da qui l’etica dovrà ripartire: dall’accettare che non tutto è in nostro controllo e che la pretesa di assicurarci da ogni rischio uccide la vita; ma anche dall’accettare la responsabilità di fare tutto ciò che di buono è in nostro potere fare: per il bene di tutti e in particolare dei più vulnerabili.

 

 

  1. Ciò che dobbiamo fare

 

Li abbiamo chiamati eroi: medici, infermieri e personale sanitario che, nei giorni bui della pandemia, hanno messo a rischio le loro vite per salvare altre vite umane. Proporzionalmente, rischi simili li hanno assunti molti altri lavoratori. Niente di tutto questo era previsto nei loro contratti di lavoro eppure nessuno di questi eroi ha mai dichiarato – e presumibilmente neppure pensato – di aver fatto più del proprio dovere.

Ciò che abbiamo vissuto ci imporrà di cambiare radicalmente la nostra comprensione del dovere. Dovremo riconoscere che il dovere è più ampio di ciò che è esigibile rispetto a una norma o ai diritti di un terzo. Finora abbiamo considerato la solidarietà, la fraternità, l’amore come attitudini supererogatorie: buone, ma non strettamente dovute. L’esperienza della pandemia ci ha dimostrato che, accanto al minimo necessario di ciò che è esigibile (ciò che qualcuno può pretendere da me), esiste anche un massimo che è altrettanto necessario: nessuno – singolo o istituzione – potrà esigerlo da me, eppure so che è in qualche modo dovuto. Lo devo fare.

Nessuno può esigere da me amore, ma se non amo – e non agisco di conseguenza – non rispondo adeguatamente all’appello che dall’altro mi giunge. E neppure vivo. Non è soltanto per i credenti che l’amore è un comandamento: è per vivere da umani. E da qui, da una comprensione più ampia del dovere, dovrà ripartire l’etica che verrà.

 

 

  1. Ciò che possiamo sperare

 

Andrà tutto bene, ci siamo ripetuti come un mantra. Ma abbiamo finito per crederci sempre di meno e abbiamo iniziato a ripetercelo con sempre minore convinzione. Una colonna di camion militari che portano via le bare dei caduti si è portata via anche le nostre troppo facili illusioni: alla fine non tutto sarà andato bene, perlomeno non per tutti.

Eppure l’esperienza del virus, che ha lasciato dietro di sé una immensa montagna di macerie umane, ci ha dimostrato che – nonostante tutto – possiamo sperare, e che dunque dobbiamo farlo. A patto di non intendere quel “tutto andrà bene” come un “non ci accadrà nulla di male”. Sperare non significa illudersi di non essere vulnerabili, di essere immuni dal male e dal dolore. Piuttosto significa sperare che tutto quell’immenso dolore avrà un senso: che ciò che di male accade, non accada invano. Un senso, forse non immediatamente evidente, ci deve essere. E a noi spetta di agire perché ci sia.

Di questa speranza, che non rimuove illusoriamente la vulnerabilità ma la accetta, siamo tutti responsabili. Da noi dipenderà in buona parte se tutto questo avrà avuto un senso: se da queste macerie sapremo ricostruire un mondo umano diverso e migliore. All’insegna di un amore che sa di essere un massimo, ma un massimo necessario.

 

Per approfondire clicca qui.

Una Repubblica senza maschera e guanti (Giuseppe Tognon)

 

Il 2 giugno 1946, con il referendum tra Monarchia e Repubblica e con l’elezione della Assemblea costituente – votarono anche le donne – è nata la Repubblica italiana, che ci ha portato la democrazia e restituito le libertà. La Repubblica è una istituzione ed ogni istituzione ha in sé qualche cosa di immateriale che non può essere compreso senza guardare alla storia. Le istituzioni sono principalmente creazioni dello spirito umano.

 

La domanda da porsi oggi è se il Covid-19 ha colpito solo noi o anche la Repubblica, se un virus naturale può far del male a qualche cosa che non ha un corpo materiale. La risposta dipende da noi: i cittadini sono i corpi di una Repubblica che però non può che averne uno solo e unito, sebbene collettivo. Si aprono allora interrogativi che vanno oltre la salute e che ci mettono di fronte ad un’alternativa: sopravvivere e basta o rilanciare prendendo in mano il nostro futuro, così da ridare alla Repubblica un compito. La nostra Repubblica non può difendersi con una mascherina e con i guanti. Ha bisogno che qualcuno ci creda.

 

Il confronto con il 1946 è d’obbligo. Quello fu un anno durissimo ma pieno di speranze e soprattutto di idee politiche. Dopo il referendum, Umberto II aveva cercato di prendere tempo, ma De Gasperi, Presidente del Consiglio, lo mise di fronte alle proprie responsabilità e il 13 giugno il re finalmente partì in esilio. Quella sera, De Gasperi lesse alla radio un messaggio di particolare intensità: «Vorrei dire ai partiti: non imprechiamo, non accaniamoci tra vinti e vincitori. Uno solo è l’artefice del proprio destino: il popolo italiano che, se meriterà la benedizione di Dio, creerà nella Costituente una Repubblica di tutti, una Repubblica che si difenda da sé, ma non perseguiti; una democrazia equilibrata nei suoi poteri; fondata sul lavoro ma giusta verso tutte le classi sociali; riformatrice ma non sopraffattrice, e soprattutto rispettosa della libertà della persona, dei comuni, delle regioni. Un immenso lavoro ricostruttivo abbiamo innanzi a noi; la salita è faticosa, diamoci la mano, uomini di buona volontà, comunque sia stato il vostro e il nostro voto».

 

Dopo la Seconda guerra mondiale la ricostruzione non fu una passeggiata, ma una cosa epica, nel bene e nel male. C’era l’idea che imparare a governarsi democraticamente fosse la cosa più intelligente da fare. Oggi la scena è diversa, ma le sfide ambientali, educative e produttive sono altrettanto epiche. Le emergenze, in politica, sono anche un’occasione. Ormai non è più possibile rammendare una stoffa civile usurata da troppe approssimazioni. Procedere alla giornata facendo finta di non vedere che il tempo delle scelte sta arrivando è come assistere ad una eutanasia repubblicana. Tutti i provvedimenti di emergenza dovrebbero essere pensati alla luce di alcune idee di fondo: ad esempio la riqualificazione del lavoro femminile, una radicale trasformazione della formazione tecnica e professionale, una riconversione dell’ambiente naturale, culturale e digitale. Le istituzioni democratiche devono assicurare il futuro a chi verrà, non consumarlo tutto nel presente di chi c’è già. La loro forza è nella capacità dei cittadini di trasformare la sofferenza in progresso, è nella voglia di imparare. Maggioranza e opposizione sembrano invece non credere più al loro ruolo: si cercano e si respingono come pugili in difficoltà. Il governo dispensa debito pubblico e scarica sui cittadini il peso delle scelte, anche sanitarie.

 

La Repubblica del 1946 è ancora lì, per fortuna, ma pare guardarci come se fossimo degli estranei. Sta a noi caricarla sulle nostre spalle come Enea fece con il vecchio padre Anchise.

 

L’ADIGE, 1 giugno 2020

Un patto al femminile per il post Covid (Giuseppe Tognon)

 

Molti proclamano che dopo la pandemia il mondo non sarà più lo stesso e che si apre la strada per grandi cambiamenti positivi. La maggioranza di noi credo tema invece che la vita diventerà più dura, che monteranno l’egoismo e la rabbia e che i più deboli lo diventeranno ancora di più. È meglio non sognare ad occhi aperti e concentrarsi sulla vita di tutti i giorni, senza attendere salvatori che non esistono. Nella prefigurazione di un nuovo mondo post Covid non basterà cambiare il lavoro, che spesso non c’è, ma occorrerà lavorare molto sulle reti sociali che veramente contano, in particolare quelle familiari. Che cosa sia successo davvero nei mesi di quarantena all’interno dei nuclei familiari non lo sappiamo ancora, ma è certo che non saranno state sempre rose e fiori. L’Italia non è tutta come il Trentino, con case belle, giardino, orti e natura. E dove i rapporti familiari sono tesi non c’è spazio o verde che tenga. Ma c’è una risorsa su cui puntare, le donne, e non solo perché sono la maggioranza. A qualche femminista parrà improprio che lo scriva un uomo, ma il tema è così importante che non importa chi lo solleva. La parte femminile dell’umanità è oggi la più adatta ad un cambiamento sostanziale nei modelli di vita. Le donne sanno che cosa è il precariato e hanno da secoli praticato il multitasking, cioè la capacità di pensare e realizzare molte cose insieme. Nel corso dei secoli hanno elaborato un’idea della “differenza” che non è legata solo al sesso o alla forza, ma piuttosto alla cura e alla ricucitura dei rapporti. La condizione femminile è diventata anche il modello di riferimento per le minoranze emarginate. La nostra cultura occidentale ha invece costruito un’idea dei santi e degli eroi prevalentemente al maschile. Le donne hanno sempre contato molto nella storia, ma la storia le ha ripagate con la strategia di dividerle. Si dice, ad esempio, che accanto ad un grande uomo c’è sempre una grande donna, ma anche questo riconoscimento è funzionale a dividere le donne segregandole in ruoli importanti ma subalterni.  I miti e la letteratura sono pieni di singole donne esemplari che però nascondono il “collettivo” femminile. Eppure, molte guerre, molte faide familiari, molte lotte per impossessarsi dei corpi, sono terminate anche perché un collettivo di donne ha detto basta e si è rifiutato di seppellire i morti, di alimentare i rancori, di subire violenze. Questa pandemia è dunque l’occasione per dare spazio all’idea che il femminile non è solo un genere, ma una qualità preziosa dell’umano. Non si risolverà la crisi demografica, non si cambierà la famiglia, la scuola, il modo di produrre e di consumare, se le donne non lo vorranno. Ma non basta contare sul femminismo e sulle sacrosante battaglie per i diritti delle donne. Non bastano le quote rosa perché i diritti fondati soltanto sulle norme lasciano spesso il tempo che trovano. Occorre piuttosto una scommessa sul protagonismo femminile come esempio di intelligenza di vita.  Anche nella politica bisognerebbe avere il coraggio di consultare di più le donne e su alcune questioni si potrebbe considerare vincolante l’opinione femminile.  Nella Chiesa, che è una istituzione molto stanca, si dovrebbe puntare sul diaconato femminile con maggior coraggio. Se non stiamo vivendo solo una epidemia, ma una malattia delle relazioni interpersonali, possiamo imparare dalle donne anche a costruire forme migliori di organizzazione sociale. La crisi italiana ci sprona ad aiutarci reciprocamente, a firmare un nuovo patto tra noi, in prima persona, nella vita quotidiana.

 

L’Adige 14 maggio 2020

Vulnerability and Responsibility (Stefano Biancu)

 

I am a Professor, I work with words. I know how to fill in any kind of space or time gap with words. I know how to catch the attention of an audience through funny words or emotional phrases. I know how to skirt issues smartly when I do not have all the answers. I have learned all of that, these are the tricks of my job.

 

But now I have no more words. The words I used to have are not enough to express what I am witnessing, what we are going through. They are not enough and they even bother me. I would like to escape from all this, but I do not know where to go, for we are all in the same boat: the neighbour next door and the faraway neighbour who lives in the other hemisphere.

 

The only word still left in my mind is “why?”. Why all this? Why in these proportions? I have no answer to this question, and this time I cannot skirt the issue smartly.

 

Who is responsible for that? To my students I always explain that an action is not a “mere fact”. It presumes a free and responsible agent, someone I can hold responsible for their action, someone I could ask to justify their action, to make it fair to my eyes.

 

But today there is no one we can hold responsible for what is happening to us. All attempts to find a culprit – someone who can answer for what is happening – seem to be vain. The virus is not even a living creature. It kills and destroys even lacking the motivation – questionable but understandable – of having to survive: mors tua, vita mea.

 

We have tried to find some culprits: pollution, some kinds of husbandry practices with animals, the lies of the Chinese government, the inefficient organisation of our country, the cuts in the healthcare system budget, and even the runners. At some point, it looked like it was them – the runners – the cause of the catastrophe. If you run while people are dying, you must be the one to blame. I must confess that, as long as it was permitted, I was one of the runners, too. I used to run to feel alive and I did it without putting anybody’s life at risk. Because of this, I know runners are not the ones to blame. We are very mean to each other, desperately searching for a culprit. Let’s find that someone and the problem will be solved!

 

Here lies the tragedy: this time there is no one to blame. There is no one who can answer for all this. Some choices – wrong or delayed – may have made the situation worse, or may not have sufficiently limited the damage, but no one is really guilty of all this death and destruction. And in lack of a response, we do not even have words anymore. And yet we need words as much as we need the air that the virus takes away from those who are attacked by it.

 

It is not true that everything will be fine. This time the cure will inevitably have some very serious side effects. We are saving lives by putting others’ at risk. The choice between pandemic and famine is an unsolvable dilemma, just as it is having to decide who must live and who must die. At the moment the most important principle is to concentrate on the most urgent threat, but this argument will not be valid forever. Very soon hunger and solitude could start killing just like the virus. We do not know what to say, everything is so uncertain.

 

Everything will be fine, this is what we have been saying to ourselves repeatedly like a mantra. But now we know that not everything will be fine, at least not for everyone. The human cost of this sad event will be very high for many, and for some it will be even higher. Also in this case the motto we were holding on to – “everything will be fine” – collapsed, dragged away from a trail of military trucks crammed with coffins.

 

What will ever give words back to us in the midst of this void of answers? In this situation in which it seems that, whatever we do, we are mistaken or at least we do not solve anything? In this continuous killing of illusions for which every day it becomes more and more obvious that not everything will eventually be fine?

 

Now more than ever, it has become clear that hope is not a passion, not just a feeling. It is the result of a decision, a choice. Today we can choose hope. In what we are experiencing, we are more vulnerable than responsible. There are more things beyond our control than in our control. And yet there is one thing we are responsible for: our hope.

 

Hope is not the illusion that evil will not strike us, the illusion that we are not vulnerable. It is the confidence that this immense nonsense can make sense. Words will come back to us. But for this sense and for these words we will be responsible.

 

All of this will make sense if we do not waste this extreme time of isolation and quarantine. It will make sense if we use it to work on ourselves, now that the situation requires that we face our real selves without any social filter. The manager, the worker, the janitor, the top model are alone, confronting themselves the same way. This time will make sense if we use it to build up on our human relationships, now that the social relations have thinned out. It will make sense if each of us, according to our possibilities, contributes to dream and design a different world. Different politics, different economy, a different Europe, even a different ethics.

 

A kind of ethics that will have measure up with those impassably vulnerable and responsible beings which the virus has revealed we are. A kind of ethics for beings who do not have everything in their control but who must do the good they can, far beyond what the rights of a third party or the obligations of a law may require.

 

Everything that in the past we considered supererogatory – that is to say, good but not required – has now become a daily duty. That is the necessary response to the appeal of the most vulnerable ones, and the essential condition to live as humans. The commandment of love – the supererogatory par excellence –, that something that nobody can demand from you – has always been considered valid only for the believers. Today, it has imposed itself as the living core of ethics. Sine amore non possumus.

 

Perhaps the happy ending will not be what we imagined while saying to ourselves that everything would be fine. We are vulnerable. But another happy ending is still possible and it is within our reach. And for that, we are responsible.

 

Vulnerabilité et responsabilité (Stefano Biancu)

 

Je suis professeur : je travaille avec des paroles. Je sais comment remplir de paroles toute espèce d’espace ou de temps. Je sais comment captiver l’attention d’un auditoire avec une parole amusante ou une autre émouvante. Je sais comment m’en tirer avec élégance lorsqu’on n’a pas réponse à toutes les demandes. Cela, je l’ai appris, ce sont les ficelles du métier.

Mais voilà que maintenant je n’ai plus de paroles. Les paroles dont je disposais ne suffisent pas pour dire ce à quoi j’assiste, ce que nous sommes en train de vivre. Je voudrais bien échapper à tout cela, mais je ne sais où aller, car nous sommes tous dans le même bateau : le voisin de la porte à côté, l’éloigné qui habite dans l’autre hémisphère.

La seule parole qui me soit restée est « pourquoi ? ». Pourquoi tout cela ? Pourquoi dans ces proportions ? A cette demande, je n’ai pas de réponse, et, cette fois, je ne peux pas m’en tirer avec élégance.

A mes étudiants j’explique qu’une action n’est pas un « simple fait » : elle suppose un agent libre et responsable, quelqu’un à qui je puisse demander de rendre compte de son agir, de le justifier, de le rendre juste à mes yeux.

Mais aujourd’hui, il n’y a personne à qui nous puissions demander des comptes. Toutes les tentatives de trouver un responsable – quelqu’un qui puisse répondre de ce qui arrive – apparaissent vaines. Le virus n’est même pas un être vivant. Il tue et détruit sans même la motivation – discutable mais compréhensible – de devoir assurer sa propre subsistance. Mors tua, vita mea.

Des responsables, nous avons essayé d’en trouver : la pollution, certaines pratiques de zootechnie, les mensonges du gouvernement chinois, la désorganisation de notre pays, les coupures dans le budget de la santé, et jusqu’aux adeptes du jogging. Ne serait-ce pas eux les responsables de la catastrophe : si tu coures alors que les gens meurent, c’est toi qui dois être le coupable. Je le confesse : tant que cela a été possible, j’ai été l’un d’eux. Je courais pour vivre et je le faisais sans risquer la vie de personne, et je sais bien que ce n’est pas là qu’il faut chercher le responsable. Nous sommes devenus mauvais les uns à l’égard des autres dans notre recherche désespérée d’un responsable : trouvons-le et le problème sera réglé !

Voilà bien le drame : un responsable, cette fois-ci, il n’y en a pas. Il n’y a personne qui puisse répondre de tout cela. Certains choix – erronés ou en retard – ont pu aggraver la situation, ou ne pas limiter suffisamment les dégâts, mais un véritable responsable à qui demander des comptes de cette mort, de cette destruction, il n’y en a pas. Et dans cette absence de réponse, il n’y a plus de parole. Et pourtant nous avons besoin de paroles, autant que nous avons besoin de cet air que le virus soustrait à ceux qu’il frappe.

Les traitements cette fois-ci auront inévitablement de très lourds effets collatéraux. En sauvant des vies, nous en risquons d’autres. Le choix entre pandémie et famine est un dilemme indécidable comme l’est tout choix entre qui vit et qui meurt. Sur le moment, vaut le principe de se concentrer sur le péril le plus imminent, mais l’argument ne sera pas indéfiniment valide : rapidement la faim et la solitude pourraient bien tuer, autant que le virus. Nous ne savons pas quoi dire, tout est si incertain.

Tout ira bien, répétons-nous comme une mantra. Aujourd’hui pourtant, nous savons que tout n’ira pas bien, en tout cas pas pour tous. Le coût humain de cette mésaventure sera très élevé pour beaucoup, davantage encore pour certains. Ici encore, disparaît la parole « tout ira bien » à laquelle on s’agrippait, supprimée par une colonne de camions militaires remplie de cercueils.

Qui pourra nous redonner une parole au milieu de ce vide de réponses ? dans cette situation dans laquelle il semble que, quoi qu’on fasse, on se trompe ou du moins on ne résout rien ? Dans cette tragédie continue d’illusions au travers desquelles il devient chaque jour plus évident que tout, en fin de compte, ne sera pas allé bien ?

Aujourd’hui comme jamais, il devient clair que l’espérance n’est pas une passion, non plus qu’un sentiment. C’est le résultat d’une décision, d’un choix. Aujourd’hui, nous pouvons choisir l’espérance. En ce qui concerne ce que nous sommes en train de vivre, nous sommes plus vulnérables que responsables. Il y a davantage de choses qui échappent à notre contrôle que de choses sous contrôle. Et pourtant, il y a une chose dont nous sommes responsables : notre espérance.

L’espérance n’est pas l’illusion que le mal ne nous frappera pas, l’illusion de ne pas être vulnérables. C’est la confiance dans le fait que cet immense non-sens peut avoir un sens. Nous pourrons recommencer à avoir des paroles, mais de ce sens et de ces paroles, nous serons, nous, les responsables.

La condition sera de ne pas gâcher ce temps extrême de l’isolement, de la quarantaine. Il aura du sens si nous l’employons à travailler sur nous-mêmes, alors que la situation nous impose de faire face à la réalité que nous sommes nous-mêmes, sans les filtres sociaux. L’entrepreneur, l’ouvrier, le domestique, le modèle sont ici à la même enseigne : en face d’eux-mêmes.  Ce temps aura du sens si nous l’employons à travailler sur nos relations humaines, maintenant que les sociales se sont espacées. Il aura du sens si chacun, à la mesure de ses possibilités, contribue à rêver un monde différent, à en faire le projet : une autre politique, une autre économie, une autre Europe et jusqu’à une autre éthique.

Une éthique qui devra être à la hauteur de ces êtres inséparablement vulnérables et responsables que le virus nous a fait découvrir en nous-mêmes. Une éthique pour des êtres qui n’ont pas tout sous contrôle mais qui doivent faire le bien qu’ils peuvent, bien au-delà de ce que peuvent exiger les droits d’un tiers ou les préceptes d’une loi.

Tout ce que naguère, nous considérions comme surérogatoire – c’est-à-dire bon mais non requis – est aujourd’hui devenu devoir quotidien, réponse nécessaire à la clameur des plus vulnérables, condition même pour vivre en hommes. Le commandement de l’amour – le surérogatoire par excellence – ce qu’on ne peut pas exiger de toi, depuis toujours considéré comme valide seulement pour des croyants, s’impose aujourd’hui comme le centre vivant de l’éthique. Sine amore non possumus.

L’heureuse fin ne sera peut-être pas celle que nous nous étions imaginée lorsque nous répétions que tout ira bien : nous sommes vulnérables. Mais une autre heureuse fin est encore possible, est dans notre possible, et de celle-là nous sommes responsables.

 

 

(Traduit de l’italien par Ghislain Lafont)

Vulnerabilità e responsabilità (Stefano Biancu)

 

Sono un professore, lavoro con le parole. So come si può riempire di parole ogni spazio e ogni tempo, come si cattura l’attenzione di un uditorio con una parola divertente o con una commovente, come cavarsela elegantemente quando non si hanno le risposte a tutte le domande. L’ho imparato: sono i segreti del mestiere.

Eppure ora non ho più parole. Perché le parole di cui disponevo non bastano a dire ciò a cui sto assistendo e che stiamo vivendo: non mi bastano e anzi mi disturbano. Vorrei scappare da tutto questo e non so dove andare, perché siamo tutti sulla stessa barca: il vicino della porta accanto e il lontano che abita nell’altro emisfero.

L’unica parola che mi è rimasta è “perché”. Perché tutto questo? Perché in queste proporzioni? A questa domanda non ho risposta, e questa volta non riesco a cavarmela elegantemente.

 

Ai miei studenti spiego che un’azione non è un semplice fatto, perché suppone un agente libero e responsabile: qualcuno a cui potrò chiedere conto del suo agire, potrò chiedere di giustificarlo, di renderlo giusto ai miei occhi.

Ma oggi non c’è nessuno a cui possiamo chiedere conto di quanto ci accade. Tutti i tentativi di trovare un responsabile – qualcuno che possa rispondere di ciò che ci sta accadendo – appaiono vani. Il virus non è neppure un essere vivente. Uccide e distrugge senza neanche la motivazione – discutibile ma comprensibile – di dover assicurare la propria sussistenza: mors tua vita mea.

Ci abbiamo provato a cercare dei responsabili: l’inquinamento, certe presunte pratiche zootecniche, le menzogne governative cinesi, la disorganizzazione del nostro Paese, i tagli alla sanità, fino ad arrivare ai runner. A un certo punto sembravano loro – i runner – le cause della catastrofe: se tu corri mentre la gente muore devi essere tu il colpevole. Lo confesso: fino a che è stato possibile, ero uno di loro. Correvo per vivere e lo facevo senza mettere a rischio la vita di nessuno: so dunque che non è lì che va cercato il responsabile. Ci siamo incattiviti gli uni contro gli altri nella disperata ricerca di un responsabile: troviamolo e il problema sarà risolto.

Il dramma è questo: il responsabile questa volta non c’è, non c’è chi possa rispondere di tutto questo. Alcune scelte – sbagliate o tardive – possono aver aggravato la situazione o non limitato sufficientemente i danni, ma un vero responsabile a cui chiedere conto di tutta questa morte e distruzione non c’è. E in assenza di risposte anche le parole vengono meno. Eppure abbiamo bisogno di parole almeno quanto abbiamo bisogno di quell’aria che il virus toglie a coloro che colpisce.

La cura questa volta avrà inevitabilmente effetti collaterali pesantissimi: stiamo salvando vite mettendone a rischio altre. La scelta tra pandemia e carestia è un dilemma indecidibile, come lo è ogni scelta tra chi vive e chi muore. Al momento vige il principio di concentrarsi sul pericolo maggiormente imminente, ma non è un argomento che sarà valido ancora a lungo: presto la fame e la solitudine potrebbero uccidere quanto il virus. Non sappiamo che cosa dire: tutto appare incerto.

Tutto andrà bene, ci siamo ripetuti come un mantra. Ma ora sappiamo che non tutto andrà bene, perlomeno non per tutti. Il costo umano di questa vicenda sarà altissimo per molti, ma per alcuni ancora di più. Anche qui è venuta meno la parola a cui ci eravamo aggrappati – “tutto andrà bene” – portata via da una colonna di camion militari carichi di bare.

Che cosa potrà restituirci la parola in questo vuoto di risposte? In questa condizione in cui ci sembra che qualsiasi cosa facciamo la sbagliamo o comunque non sarà risolutiva? In questa strage continua di illusioni per cui ogni giorno è sempre più evidente che non tutto, alla fine, sarà andato bene?

Oggi più che mai ci appare chiaro che la speranza non è una passione e neppure un sentimento. È l’esito di una decisione: di una scelta. Oggi possiamo scegliere la speranza. Rispetto a ciò che stiamo vivendo siamo più vulnerabili che responsabili: ci sono più cose fuori dal nostro controllo che in nostro controllo. E tuttavia di una cosa siamo responsabili: della nostra speranza.

La speranza non è l’illusione che il male non ci colpirà: l’illusione di non essere vulnerabili. È la fiducia nel fatto che questo immenso non senso può avere un senso: potremo tornare ad avere parole. Ma di questo senso e di queste parole saremo noi i responsabili.

Tutto questo avrà un senso se non manderemo sprecato il tempo, estremo, dell’isolamento e della quarantena.

Avrà senso se lo impiegheremo per lavorare su di noi, ora che le condizioni ci impongono di fare i conti con la realtà di noi stessi senza nessun filtro sociale: la manager, l’operaia, il bidello e il modello sono egualmente soli davanti a sé stessi.

Avrà senso se lo impiegheremo per lavorare sulle nostre relazioni umane, ora che quelle sociali si sono diradate.

Avrà senso se, ciascuno per quello che può, contribuiremo a sognare e progettare un mondo diverso: una politica diversa, un’economia diversa, un’Europa diversa, finanche un’etica diversa.

Un’etica che dovrà essere all’altezza di quegli esseri insuperabilmente vulnerabili e responsabili che il virus ci ha fatto riscoprire di essere. Un’etica per esseri che non hanno tutto in loro controllo, ma che quello che di buono possono fare, lo devono fare: ben oltre ciò che i diritti di un terzo o i dettami di una norma possono esigere.

Quello che fino a ieri consideravamo supererogatorio – buono ma non esigibile – è oggi diventato ai nostri occhi dovere quotidiano: risposta necessaria all’appello dei più vulnerabili e condizione stessa per vivere da umani. Il comandamento dell’amore – il supererogatorio per eccellenza: ciò che nessuno può esigere da te – da sempre considerato valido solo per i credenti, si è oggi imposto quale centro vivo dell’etica: sine amore non possumus.

Il lieto fine non sarà forse quello che ci eravamo immaginati mentre ci ripetevamo che tutto andrà bene: siamo vulnerabili. Ma un altro lieto fine è ancora possibile ed è nelle nostre possibilità: di questo siamo responsabili.

 

originally published here

 

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