Vai al contenuto

Contemporary Humanism

International PhD Program & Research Network

  • CHI SIAMO
    • Chi siamo
    • L’Agreement
    • Management Committee & Collegio docenti
    • Dottorandi
    • Dottori di ricerca
    • Come candidarsi
    • Intranet
    • Contatti
  • EVENTI
    • Seminari annuali
    • Iniziative di ricerca
  • PUBBLICAZIONI
  • BLOG
  • Italiano
    • Inglese
    • Francese
  • CHI SIAMO
    • Chi siamo
    • L’Agreement
    • Management Committee & Collegio docenti
    • Dottorandi
    • Dottori di ricerca
    • Come candidarsi
    • Intranet
    • Contatti
  • EVENTI
    • Seminari annuali
    • Iniziative di ricerca
  • PUBBLICAZIONI
  • BLOG
  • Italiano
    • Inglese
    • Francese

Il 2 giugno e i cattolici democratici (Giuseppe Tognon)

 

Il cattolicesimo democratico è rinato in Italia il 2 giugno 1946. Per molti cattolici il referendum tra Monarchia e Repubblica fu liberatorio: finalmente potevano cimentarsi con una nuova costituzione democratica ed avevano lo strumento, un partito di massa, e un leader, De Gasperi, per affrontare le grandi questioni sociali del Paese e per favorire il rinnovamento della Chiesa. Era il momento del riscatto per tante energie prima soffocate. Se un «cattolicesimo politico» è sempre esistito in Occidente fin dalla fine dell’Impero romano, il cattolicesimo democratico era stato considerato quasi sempre una fastidiosa eresia. Ancora agli inizi del Novecento la parola democrazia non poteva nemmeno essere associata alla dottrina cattolica. Ne fecero le spese Romolo Murri e coloro che credevano in una democrazia «cristiana». Criticati e condannati, dovettero battere in ritirata e tacere. Don Luigi Sturzo dopo la Prima guerra mondiale riuscì a fondare il Partito popolare italiano che ebbe però vita breve, dal 1919 al 1924. Anche lui pagò la sua audacia con l’esilio, su ordine del Vaticano che iniziava ad ammiccare a Mussolini. Poi venne De Gasperi. Nel 1943 toccò a lui riprovarci e fu un successo storico. La sua Democrazia cristiana non solo vinse le elezioni per l’Assemblea costituente, ma De Gasperi, che dal dicembre 1945 era Presidente del Consiglio, si assunse la responsabilità di «battezzare» laicamente la Repubblica. Il 14 giugno 1946, in un radiomessaggio asciutto e potente, tracciò le linee della costituzione ancora da scrivere: «Vorrei dire ai partiti: non imprechiamo, non accaniamoci da vinti e vincitori. Uno solo è l’artefice del proprio destino: il popolo italiano che, se meriterà la benedizione di Dio, creerà nella Costituente una Repubblica di tutti, una Repubblica che si difenda da sé, ma non perseguiti; una democrazia equilibrata nei suoi poteri; fondata sul lavoro ma giusta verso tutte le classi sociali; riformatrice, ma non sopraffattrice, e soprattutto, rispettosa della libertà della persona, dei comuni, delle regioni. Un immenso lavoro ricostruttivo abbiamo innanzi a noi; la salita è faticosa, diamoci la mano, uomini di buona volontà, comunque sia stato il vostro e il nostro voto». Papa Pio XII nel messaggio natalizio del 24 dicembre 1944 aveva aperto alla democrazia riconoscendo che dopo tante tragedie i popoli avevano il diritto di cercare rifugio anche in forme democratiche di governo. La preoccupazione papale era tuttavia ancora quella di delimitarne lo sviluppo e le aspirazioni. Toccò a dei laici credenti come De Gasperi e Dossetti riaprire per i cattolici europei la strada della democrazia. Anticiparono di vent’anni i vescovi del Concilio Vaticano II. Il cattolicesimo democratico non è mai stato una dottrina politica di stampo ottocentesco, come il socialismo o il liberalismo. È più novecentesco, sensibile ai principi della responsabilità personale e della coesione sociale più che alle dottrine politiche ed economiche classiche. La sua forza è stata nella qualità delle persone e nell’ attenzione per la coerenza tra principi e comportamenti. Ha finora resistito alla tentazione di trasformare la fede in un’ideologia devota. Bisogna tuttavia ammettere che in suo nome si sono compiuti anche tanti errori politici, primo fra tutti quello di presumere di essere sempre dalla «parte giusta». Oggi non ci sono posti garantiti: il mondo scivola da tutte le parti e i cattolici votano come vogliono, se votano. Il cattolicesimo democratico può ancora essere l’espressione di una strategia di mediazione tra popoli, fedi e culture che sia di esempio anche per gli ebrei e i mussulmani. Riflettere sullo spirito del 2 giugno è dunque un modo per porsi davanti alla storia con sincerità. La forma parlamentare repubblicana, intoccabile ai sensi dell’art. 139 della Costituzione, e la democrazia partecipativa erano vissute dai leaders del 1946 come un compito e non come una rendita. Il dibattito sull’una e sull’altra fu acceso fin dall’ Assemblea costituente e già allora si vide in che cosa si sarebbe realizzata l’ispirazione cattolico democratica: nel rispetto per la complessità della storia e nell’intelligenza del nuovo che assume forme inedite e che ha avuto talvolta anche costi altissimi, come ci testimoniano i molti martiri della democrazia politica di ispirazione cristiana, come Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Vittorio Bachelet, Roberto Ruffilli. De Gasperi era il primo a capire che la democrazia non era un pranzo di gala bensì la forma più esigente di esercizio del potere. Nel secondo congresso della Dc, a Napoli il 17 novembre 1947, se ne uscì con una definizione esemplare: «La democrazia non è semplicemente uno Statuto; la Repubblica non è semplicemente una bandiera: è soprattutto una convinzione e un costume; costume di popolo. È necessario che ci persuadiamo che il regime democratico è veramente un regime molto duro, un regime che esige un addestramento e una vigilanza continua. Bisogna creare con lo sforzo quotidiano la democrazia nell’abitudine, nel Parlamento, nel governo, nei partiti e nelle associazioni. Ogni giorno è necessario riconquistare la democrazia, dentro di noi contro ogni senso di violenza, fuori di noi con l’esperienza della libertà».

 

Fonte: La Repubblica, 3 giugno 2024

 

 

 

Sull’utilità della storia in educazione (Giuseppe Tognon)

 

L’8 novembre 2023 il prof. Giuseppe Tognon, ordinario di Storia dell’educazione, ha tenuto la prolusione alle attività del dottorato Contemporary Humanism per l’anno accademico 2023/2024, dal titolo Sull’utilità della storia in educazione.

 

A Comment on “Fratelli tutti” 13-14 (Giuseppe Tognon)

 

The Encyclical Fratelli tutti is rich in suggestions. The text works on a “rhizomatic” basis, that corresponds to its inspiring principles, i.e. fraternity and social friendship. The ultimate goal of these principles is extending to all human beings the grace of a bond that projects the light of Salvation on human history. Pope Francis tells us that it’s only by going beyond genos and blood ties that we will be able to open doors to the Christian revolution. Doors will also open up to a form of paternity and maternity that engages all men of good will in the quest for justice and in the safeguard of creation. Blood and cultural ties are just the tools through which individuals and groups contribute to the species survival. Nonetheless, they do not exhaust the human “generating power” and, above all, they can’t be put forward as the bedrock of the Church, a spiritual community that lives inside history, precisely to guide it and also to witness that history itself will be ultimately overpassed.

 

Nevertheless, fraternity can be the new world frontier only if we start from the awareness that humanity is going through some hard times and if we are able to compare present and past. It is clear that every age had their difficulties. But the current period is characterized exactly by the refusal to look at models from the past, as it was always done before, for thousands of years. Our age rejects what a great Catholic historian, Henri-Irenée Marrou, called the “sadness” of the job of the historian, facing all the time human weaknesses and miseries. Globalization has masked identities that close off to defend what they are without understanding how and why they are that way. It makes many peoples captive of dictators and adventurers. It generates some absurd forms of inequality and injustice.

 

Against a naive use of the idea of fraternity, typical of simplistic revolutionary ideologies; and against an unscrupulous, phony use of democracy, the fraternity the Encyclical puts forth is founded on the historical consciousness that, not only religions, but also humanity itself, are at risk. Besides, those who seek fraternity are exactly the people who are not “naturally” siblings and know they are not. So, fraternity is a civil virtue that requires maturity and awareness, especially from those who have the possibility to judge and act without depending on despair. The practice of fraternity is a paramount challenge for the rich ones and the wise ones. A strong historical consciousness of personal and collective experience is the indispensable premise of a staunch practice of fraternity. Historical knowledge of the past teaches us that fraternity is always difficult, all the more so if we want to extend it to humankind. But historical consciousness suggests to us that the past will not influence the future, unless we allow it to last. Past and future are projections of men on time. They exist because they are filled with meanings that men share. Historians document the past and build up historical knowledge, but historical knowledge rises when people head to the future in light of a faith.

 

 

Originally published on Educa. International Catholic Journal of Education. Read here the rest of this article.

La scuola dopo il Covid (Giuseppe Tognon)

 

Si è chiuso l’anno scolastico più strano del mondo. Anche la scuola si è arresa al virus ed è stata tenuta in vita artificialmente dalle reti digitali, ma non sempre e non dovunque: in molte parti è andata in letargo in famiglia, luogo accogliente o in molti casi devastante.

 

Fra due mesi si aprirà un nuovo anno scolastico senza essere riusciti a far tesoro dell’occasione che passa per iniziare una rivoluzione educativa invocata da decenni. Avremo la scuola del metro di distanza, della sanatoria per qualche decina di migliaia di precari, di qualche migliaia di tablet. Sull’istruzione si sono riempite pagine di giornali senza un’idea originale, ripetendo solo che servono più investimenti e più insegnanti – è vero – ma senza dire che in tutto l’Occidente la crisi dei sistemi scolastici è grave per profonde ragioni sociali e culturali. Chi pensa che con un paio di miliardi in più si possa cambiare il futuro della nostra scuola non sa a che cosa andremo incontro.

 

L’Italia può compensare le sue difficoltà finanziarie e burocratiche solo se mette al centro della scuola pubblica un progetto pedagogico innovativo che stimoli i ragazzi a guadagnar tempo e a sfruttare meglio le loro energie psichiche, se occorre anche riducendo gli anni di scuola e il peso dei programmi. Bisogna saper scegliere: si imparano davvero solo poche cose, quelle che piacciono e quelle che si capisce come usare. L’Italia può farcela se riesce a mettere in pista giovani preparati a 20 anni, non a 30. I genitori che credono che il successo sia il frutto di una lunga e ordinata carriera scolastica non vedono che oggi la scuola assorbe troppo tempo ma coltiva solo in minima parte l’intelligenza dei giovani. In molti casi addormenta invece di svegliare. Illude invece di spronare, anche in università, dove si pretende sempre meno. Il sistema scolastico che conosciamo è stata un’invenzione geniale degli Stati moderni per organizzare la trasformazione industriale delle società contadine. Aveva il suo fine nel lavoro di massa ma ormai, passata l’epoca della fabbrica o del pubblico impiego, lo Stato non è in grado di trasformare il sistema formativo con la rapidità con cui Amazon consegna le merci. La vita per fortuna non si riduce alla logistica, ma il lockdown ha mostrato che, se siamo un popolo di ignoranti, come dicono le indagini internazionali, non possiamo più permetterci una scuola che è culturalmente vecchia, che mortifica le libertà degli insegnanti e dei giovani e che è organizzata come un secolo fa.

 

Il futuro delle nostre scuole sarà turbolento come quello del Paese, che dovrà anche ripensare il ruolo di centinaia di migliaia di donne insegnanti in uno Stato che con una mano paga loro uno stipendio ma con l’altra le mortifica, perché non sa promuovere la natalità, non stimola l’innovazione genitoriale, la convivenza intergenerazionale, il lavoro intellettuale.

 

Occorre riflettere anche sui contenuti: la nostra scuola , soprattutto la scuola media, si scontra con modelli emotivi manipolati da potenti industrie della comunicazione e si basa ancora su un’idea museale e manualistica di apprendimento, un «sistema-catalogo». Oggi, poi, l’ingiustizia sociale ferisce fin da piccoli perché è diventata più subdola e porta in aula codici di comportamento che sono tribali. Così la nostra società è diventata più razzista pur essendo più libertaria.

 

Per difendere la democrazia in crisi è allora necessario insegnare di più la logica, che è una competenza trasversale; è importante mostrare agli studenti come sia giusto competere senza farsi del male; è indispensabile che gli insegnanti non siano schierati per classi di concorso sulla base di carriere di carta ma siano valutati sul campo per quello che veramente sanno fare. Non sappiamo più che cosa sia un curriculo di studio perché ragioniamo ancora per materie e ignoriamo la storia culturale che ha prodotto nei secoli un albero delle conoscenze molto vecchio. Dante è una gloria nazionale, ma oggi merita di essere studiato per il valore universale della sua poesia più che per patriottismo. Le matematiche vanno insegnate prestissimo come un gioco per cogliere il valore universale del pensiero simbolico e il piacere dell’astrazione e non perché servono più ragionieri o geometri. La scrittura manuale va difesa perché è il termometro di una buona psicomotricità. Il diritto dovrebbe essere per tutti perché siamo prigionieri di una rete di regole inutili. Lo studio delle lingue straniere non è necessario per fare il cameriere a Londra o per entrare in una scuola di eccellenza, ma perché rafforza la padronanza della lingua materna e fa crescere lo spirito umanitario.

 

Bisogna insomma dare spazio all’ innovazione pedagogica perché il nostro modello di insegnamento è, in gran parte, un modello fossile e non basta invocare la Montessori, di cui celebriamo quest’anno i 150 anni della nascita.

 

“L’Adige”, 8 luglio 2020

Una Repubblica senza maschera e guanti (Giuseppe Tognon)

 

Il 2 giugno 1946, con il referendum tra Monarchia e Repubblica e con l’elezione della Assemblea costituente – votarono anche le donne – è nata la Repubblica italiana, che ci ha portato la democrazia e restituito le libertà. La Repubblica è una istituzione ed ogni istituzione ha in sé qualche cosa di immateriale che non può essere compreso senza guardare alla storia. Le istituzioni sono principalmente creazioni dello spirito umano.

 

La domanda da porsi oggi è se il Covid-19 ha colpito solo noi o anche la Repubblica, se un virus naturale può far del male a qualche cosa che non ha un corpo materiale. La risposta dipende da noi: i cittadini sono i corpi di una Repubblica che però non può che averne uno solo e unito, sebbene collettivo. Si aprono allora interrogativi che vanno oltre la salute e che ci mettono di fronte ad un’alternativa: sopravvivere e basta o rilanciare prendendo in mano il nostro futuro, così da ridare alla Repubblica un compito. La nostra Repubblica non può difendersi con una mascherina e con i guanti. Ha bisogno che qualcuno ci creda.

 

Il confronto con il 1946 è d’obbligo. Quello fu un anno durissimo ma pieno di speranze e soprattutto di idee politiche. Dopo il referendum, Umberto II aveva cercato di prendere tempo, ma De Gasperi, Presidente del Consiglio, lo mise di fronte alle proprie responsabilità e il 13 giugno il re finalmente partì in esilio. Quella sera, De Gasperi lesse alla radio un messaggio di particolare intensità: «Vorrei dire ai partiti: non imprechiamo, non accaniamoci tra vinti e vincitori. Uno solo è l’artefice del proprio destino: il popolo italiano che, se meriterà la benedizione di Dio, creerà nella Costituente una Repubblica di tutti, una Repubblica che si difenda da sé, ma non perseguiti; una democrazia equilibrata nei suoi poteri; fondata sul lavoro ma giusta verso tutte le classi sociali; riformatrice ma non sopraffattrice, e soprattutto rispettosa della libertà della persona, dei comuni, delle regioni. Un immenso lavoro ricostruttivo abbiamo innanzi a noi; la salita è faticosa, diamoci la mano, uomini di buona volontà, comunque sia stato il vostro e il nostro voto».

 

Dopo la Seconda guerra mondiale la ricostruzione non fu una passeggiata, ma una cosa epica, nel bene e nel male. C’era l’idea che imparare a governarsi democraticamente fosse la cosa più intelligente da fare. Oggi la scena è diversa, ma le sfide ambientali, educative e produttive sono altrettanto epiche. Le emergenze, in politica, sono anche un’occasione. Ormai non è più possibile rammendare una stoffa civile usurata da troppe approssimazioni. Procedere alla giornata facendo finta di non vedere che il tempo delle scelte sta arrivando è come assistere ad una eutanasia repubblicana. Tutti i provvedimenti di emergenza dovrebbero essere pensati alla luce di alcune idee di fondo: ad esempio la riqualificazione del lavoro femminile, una radicale trasformazione della formazione tecnica e professionale, una riconversione dell’ambiente naturale, culturale e digitale. Le istituzioni democratiche devono assicurare il futuro a chi verrà, non consumarlo tutto nel presente di chi c’è già. La loro forza è nella capacità dei cittadini di trasformare la sofferenza in progresso, è nella voglia di imparare. Maggioranza e opposizione sembrano invece non credere più al loro ruolo: si cercano e si respingono come pugili in difficoltà. Il governo dispensa debito pubblico e scarica sui cittadini il peso delle scelte, anche sanitarie.

 

La Repubblica del 1946 è ancora lì, per fortuna, ma pare guardarci come se fossimo degli estranei. Sta a noi caricarla sulle nostre spalle come Enea fece con il vecchio padre Anchise.

 

L’ADIGE, 1 giugno 2020

Un patto al femminile per il post Covid (Giuseppe Tognon)

 

Molti proclamano che dopo la pandemia il mondo non sarà più lo stesso e che si apre la strada per grandi cambiamenti positivi. La maggioranza di noi credo tema invece che la vita diventerà più dura, che monteranno l’egoismo e la rabbia e che i più deboli lo diventeranno ancora di più. È meglio non sognare ad occhi aperti e concentrarsi sulla vita di tutti i giorni, senza attendere salvatori che non esistono. Nella prefigurazione di un nuovo mondo post Covid non basterà cambiare il lavoro, che spesso non c’è, ma occorrerà lavorare molto sulle reti sociali che veramente contano, in particolare quelle familiari. Che cosa sia successo davvero nei mesi di quarantena all’interno dei nuclei familiari non lo sappiamo ancora, ma è certo che non saranno state sempre rose e fiori. L’Italia non è tutta come il Trentino, con case belle, giardino, orti e natura. E dove i rapporti familiari sono tesi non c’è spazio o verde che tenga. Ma c’è una risorsa su cui puntare, le donne, e non solo perché sono la maggioranza. A qualche femminista parrà improprio che lo scriva un uomo, ma il tema è così importante che non importa chi lo solleva. La parte femminile dell’umanità è oggi la più adatta ad un cambiamento sostanziale nei modelli di vita. Le donne sanno che cosa è il precariato e hanno da secoli praticato il multitasking, cioè la capacità di pensare e realizzare molte cose insieme. Nel corso dei secoli hanno elaborato un’idea della “differenza” che non è legata solo al sesso o alla forza, ma piuttosto alla cura e alla ricucitura dei rapporti. La condizione femminile è diventata anche il modello di riferimento per le minoranze emarginate. La nostra cultura occidentale ha invece costruito un’idea dei santi e degli eroi prevalentemente al maschile. Le donne hanno sempre contato molto nella storia, ma la storia le ha ripagate con la strategia di dividerle. Si dice, ad esempio, che accanto ad un grande uomo c’è sempre una grande donna, ma anche questo riconoscimento è funzionale a dividere le donne segregandole in ruoli importanti ma subalterni.  I miti e la letteratura sono pieni di singole donne esemplari che però nascondono il “collettivo” femminile. Eppure, molte guerre, molte faide familiari, molte lotte per impossessarsi dei corpi, sono terminate anche perché un collettivo di donne ha detto basta e si è rifiutato di seppellire i morti, di alimentare i rancori, di subire violenze. Questa pandemia è dunque l’occasione per dare spazio all’idea che il femminile non è solo un genere, ma una qualità preziosa dell’umano. Non si risolverà la crisi demografica, non si cambierà la famiglia, la scuola, il modo di produrre e di consumare, se le donne non lo vorranno. Ma non basta contare sul femminismo e sulle sacrosante battaglie per i diritti delle donne. Non bastano le quote rosa perché i diritti fondati soltanto sulle norme lasciano spesso il tempo che trovano. Occorre piuttosto una scommessa sul protagonismo femminile come esempio di intelligenza di vita.  Anche nella politica bisognerebbe avere il coraggio di consultare di più le donne e su alcune questioni si potrebbe considerare vincolante l’opinione femminile.  Nella Chiesa, che è una istituzione molto stanca, si dovrebbe puntare sul diaconato femminile con maggior coraggio. Se non stiamo vivendo solo una epidemia, ma una malattia delle relazioni interpersonali, possiamo imparare dalle donne anche a costruire forme migliori di organizzazione sociale. La crisi italiana ci sprona ad aiutarci reciprocamente, a firmare un nuovo patto tra noi, in prima persona, nella vita quotidiana.

 

L’Adige 14 maggio 2020

Coronavirus: i cattolici sono cittadini (Giuseppe Tognon)

 

Anche il Papa cammina da solo per Roma. Le chiese sono aperte nella capitale, ma si entra uno per uno, nel rispetto della salute pubblica che è anche rispetto del dono della propria salute. E come se il Signore ci chiamasse uno per uno e non in massa.

La Chiesa è come la nostra coscienza: non può entrarvi nessun altro. Hai voglia a gridare, ad agitarti, a fuggire: siamo soli, nati soli e moriremo soli. Oggi queste parole ci fanno paura. Suonano strane, eppure sono parte della grande saggezza cristiana che ha sempre amato le comunità ma che ha sempre professato la singolarità della fede, unica e comunque sempre personale.

Si leggono articoli di uomini di Chiesa o di intellettuali, che hanno fatto del loro parlare della Chiesa e sulla Chiesa la loro professione, che invocano il potere della preghiera contro il virus, richiamano l’indipendenza della Chiesa dal potere dello Stato, argomentano sul fatto che non si può sospendere l’Eucaristia, che la fede chiede che sempre e comunque si impartiscano i sacramenti. Si domandano dove è la Chiesa d’Italia, perché non faccia la Chiesa.

Ma che cosa vuol dire oggi “fare la Chiesa”?

Chiediamocelo. Non c’è nessuna paura ad affermare che oggi, in questa epidemia, comandino la scienza, la tecnologia e la politica. Perché loro possono guarire o trovare soluzioni razionali per tutti o per la maggior parte. Perché hanno alle spalle regole e certezze, perché parlano con l’autorità della Costituzione. Perché a loro, alla scienza e alla politica possiamo chiedere conto di ciò che fanno davanti a tutti. Mai come in queste circostanze il potere della fede e del clero si aggiunge e non può sostituirsi al potere civile. È così e talvolta non è un male. Il futuro del cattolicesimo passerà anche da una chiara presa di coscienza di essere dentro la complessità della vita contemporanea, non a parte.

Quelli che si leggono sono ragionamenti doppiamente strani. Innanzitutto perché non mostrano sufficiente preoccupazione per ciò a cui potrebbero andare incontro il clero, i volontari, le persone più generose nell’attraversare le soglie di case, istituti, ricoveri, carceri, nel dare la comunione. Anche la carità, che è viva e generosa, dovrà adattarsi, dovrà trovare forme nuove. Chi scrive di una Chiesa che è scomparsa non dice che il virus non rispetta l’abito talare. Chi invoca processioni, liturgie, celebrazioni non sottopone il proprio ragionamento ad una semplice domanda: come fare per rispettare ciò che ci è chiesto per il bene comune? Vi sono dettagli pratici che vengono considerati secondari e che invece sono decisivi per salvare una vita.

Vi è poi un secondo motivo più serio da sottoporre a chi invoca decisione autonome della Chiesa:

i credenti sono prima di tutto cittadini responsabili.

Possono davvero permettersi di agire diversamente e magari mettere in pericolo gli altri? Non è forse un segno di grande misericordia se i fedeli rinunciano a qualche cosa di importante per la loro fede, al servizio del bene comune della nazione? Gli edifici religiosi possono aspettare perché la vita deve essere sempre tutelata e perché la fede non si ferma di fronte a chiese chiuse.

Non si sa come finirà la pandemia: si sa che ci saranno migliaia di morti, i più deboli e magari i più cari e i più buoni. Il virus non persegue finalità moralistiche e dunque va combattuto per quello che è: un avversario a cui rispondere con le armi dell’intelligenza, della competenza, del rispetto delle norme. Invece si sente bollire nel profondo di certi ambienti un sentimento premoderno di contrapposizione tra scienza e fede che non ha senso. Il problema è quello della competenza e di una scienza ispirata al valore dell’umanità. Bisogna essere chiari: la conoscenza scientifica e la collaborazione tra competenze diverse sono le vere armi e se lo Stato e i cittadini, in questa emergenza, riscoprono il valore della verità, anche di quelle non assolute, sarà un bene per tutti e un esempio per i ragazzi.

Inoltre, chi ha studiato la storia sa che l’umanità, anche l’Italia, ha patito sventure terribili e che il modo con cui vengono raccontate cambia spesso il loro volto e le rende meno terribili, anche se mai accettabili.

La scrittura, la parola, la comunicazione sono parte importante del problema ma anche della sua soluzione.

Se, ad esempio, si rilegge con attenzione Manzoni si vedrà che egli raccontava la storia della peste non per maledire o terrorizzare ma per mostrare come la stupidità umana poteva fare danni anche nelle tragedie.

Oggi si è chiamati solo a rinunciare a qualche cosa, che ci verrà restituito in abbondanza domani: è un sacrifico che anche i cattolici devono fare con dignità e intelligenza.

Ritrovarsi oggi in un Paese chiuso, disciplinato, resistente, affidato a governanti con tanti limiti ma certamente almeno in questo caso operosi, è una consolazione. E se il linguaggio ufficiale della Conferenza episcopale, nei suoi documenti e nelle sue avvertenze, è preciso, umile, rispettoso dei decreti, attento alle nuove regole generali, è un bene: significa che i suoi vertici stanno lavorando fianco a fianco con chi governa e che rappresentano la Chiesa italiana nelle sedi politiche che oggi devono decidere della vita di tutti.

Anche i preti e le suore sono cittadini italiani e condividono con i loro fedeli la medesima condizione. Inventeremo nuove forme di assistenza e di pietà, ma prima di tutto saremo uniti di fronte alla nostra coscienza, la nostra prima chiesa. E a chi mastica di teologia, basta ricordare di andare a leggere le pagine di grandi uomini di fede e di Chiesa dei secoli scorsi, addirittura del Seicento: c’era la peste in Europa, ma c’era anche chi si chiedeva che senso avesse la cosiddetta “frequente comunione”. Non erano atei, ed anzi pagavano duramente la loro indipendenza spirituale dai poteri dei sovrani: erano soltanto uomini che avevano una così alta idea del Signore che non si sentivano degni di accoglierlo troppo spesso, per abitudine.

 

originally published here

Tra Stato e Chiesa in Italia nella pandemia (Giuseppe Tognon)

 

È un peccato che nei giorni scorsi si sia aperta una crepa nel rapporto tra la Chiesa e lo Stato sulla questione delle messe. È un peccato che il presidente Conte non abbia capito che l’obbedienza della Chiesa italiana alle direttive sanitarie del governo è stato un grande segno di responsabilità e di condivisione. E’ un peccato che la Conferenza episcopale abbia dovuto scrivere il duro comunicato uscito domenica scorsa che ha avuto l’effetto di far cambiare posizione al Presidente del Consiglio. D’altra parte, all’interno della Chiesa cattolica molti vescovi e alcuni intellettuali organici avevano issato la bandiera di una Chiesa «sovrana» «esigendo» che fosse lasciata libera di agire nelle questioni del culto. Magari qualcuno potrà pensare che Conte trarrà vantaggio politico dalla riapertura delle Chiese e magari altri diranno che la chiusura era stata imposta da uno dei tanti comitati di esperti di cui si circonda. Alcuni leader penseranno che è stato merito della loro pressione. Questa vicenda ha messo in luce tutta la complessità dei rapporti tra Stato e Chiesa nel nostro paese. Le prerogative della Chiesa risalgono ai Patti lateranensi del 1929 tra la Santa Sede e il governo di Mussolini che ha chiuso la “questione romana” cioè lo scontro tra il papato e il Regno d’Italia. Proprio la sapienza dimostrata dai Padri costituenti nel voler inserire all’interno della Costituzione repubblicana quegli accordi (art. 7) dovrebbe suggerire a tutte le parti rispetto e prudenza. De Gasperi volle l’art. 7 anche per vincolare la Chiesa alla democrazia italiana, mantenendone le prerogative ma vincolandole anche al rispetto delle istituzioni repubblicane. A quel tempo, De Gasperi doveva tener conto di un forte anticlericalismo delle Sinistre ma anche di un forte clericalismo nel mondo cattolico. Oggi, l’ emergenza del virus ha fatto emergere valori forti di condivisione e di fratellanza. E  nessuno, né dentro né fuori la Chiesa, può svilire il significato dell’obbedienza civile dei credenti  dando magari l’impressione che sia stata un cedimento al governo. Il card. Ruini (intervista a La Repubblica del 27 aprile) ha detto: «il Governo prenda atto di aver ecceduto». Il Santo Padre nella omelia del 28 aprile ha detto: “Preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”. Un richiamo di grande saggezza. Se si ragiona, con linguaggio tutto politico, di scuse pubbliche, di sovranità negate, di conflitti istituzionali, si resta in un copione sbagliato. Perché di quale sovranità ecclesiastica o statuale parliamo oggi? Sono entrambe sovranità indebolite dalla decristianizzazione, dal cattivo esempio delle istituzioni pubbliche, dalle difficoltà di praticare i principi della Costituzione e del Concilio. Tutti, credenti e non credenti, sono prima di tutto cittadini di una medesima comunità. Semmai, la libertà dei credenti si misura sulla capacità, se occorre, di rinunciare a qualche cosa, pur se fondamentale, in nome di un bene da salvaguardare in via prioritaria, come oggi è quello della salute. Anche se i credenti arrivassero ultimi nella riapertura, la loro sarà stata la testimonianza di un servizio. Gli ultimi saranno i primi. Il cuore della fede, ma anche della buona politica, è nella fiducia reciproca, nella pazienza come dono di prudenza, nel rispetto della parola data e nella capacità di scegliere il bene comune.

 

L’ADIGE 1 maggio 2020

75 anni fa e oggi. Storia, patria, virus (Giuseppe Tognon)

 

Quest’anno il 25 aprile, data che celebra la liberazione dal nazifascismo e la fine della guerra, cade in un momento mai vissuto prima durante gli ultimi settantacinque anni. Proprio per questo bisogna avere il senso delle cose e non confondere storia e natura. Oggi ci difendiamo da un virus terribile, ma non più di tanti altri prima. Solo che ce lo eravamo dimenticati, facendo finta di essere i padroni della terra. I suoi effetti ci appaiono più tragici perché con la scienza e la fatica avevamo creduto di dominare ogni fatto naturale o quasi. Venticinque anni fa invece festeggiavamo una liberazione voluta e cercata da donne e uomini che avevano combattuto ed erano morti per un’idea di libertà e di democrazia. Allora fu il trionfo degli ideali, oggi è il trionfo dell’ansia e della paura e il fallimento dell’illusione che basta essere un più ricchi per essere più felici.

Sotto i colpi del virus siamo solo donne e uomini preoccupati e isolati: quel 25 aprile 1945 eravamo anche «italiani» che sfilavano, che volevano aprire una nuova pagina di storia. Oggi ci difendiamo dall’ignoto e stiamo chiusi in casa; allora combattevamo qualche cosa di noto e di terribile, il nazifascismo; allora festeggiavamo la fine di venti anni di regime, oggi aspettiamo il miracolo di un vaccino. I due modi di essere devono diventare uno solo: non c’è scienza o ricchezza che possa sostituirsi agli ideali e all’amore per la patria; non c’è isolamento che possa soffocare gli ideali e la fede.

Quel 25 aprile 1945 ci indica anche una prospettiva che oggi con la pandemia non vediamo ancora chiara: la ricostruzione su basi nuove dell’Italia e dell’Europa, se quest’ultima non sarà distrutta dal virus del nazionalismo. Allora, per almeno tre anni, tutte le forze politiche – cattolici, comunisti, socialisti, liberali e azionisti- lavorarono insieme per preparare la Ricostruzione, decidere la Repubblica, adottare la Costituzione. La domanda è se saremo capaci oggi di ritrovare quella fede e quell’unità, di ritrovare cioè un’idea sobria e reale di Paese, senza sotterfugi e senza proclami. Anche allora piangevamo i morti, ma bisognava farsi coraggio pubblicamente per ricominciare a vivere. Il 25 aprile è stato un momento di liberazione ma anche di pacificazione. Tutti i morti della Resistenza, che fu anche una guerra civile, sono da piangere, ma la pietà per ogni vittima – anche del virus – non può nascondere il valore delle scelte politiche, perché sono le scelte che si tramandano, non i corpi. Oggi ricordiamo, senza fanfare ed anzi preoccupati per i tanti errori commessi, chi aveva scelto la libertà e la democrazia e che aveva permesso a tutti, anche a chi aveva scatenato la guerra e umiliato le libertà, di continuare a fare parte dell’unica Italia e di lavorare per quel «compito magnifico» che per De Gasperi era la ricostruzione democratica del paese.

 

L’Adige 25 aprile 2020

Menu
  • CHI SIAMO
    • Chi siamo
    • L’Agreement
    • Dottori di ricerca
    • Management Committee & Collegio docenti
    • Come candidarsi
    • Dottorandi
  • EVENTI
    • Seminari annuali
      • 2020 Seminario annuale
      • 2019 Parigi Seminario annuale
      • 2018 Roma Seminario annuale
    • Iniziative di ricerca
      • Conferenza internazionale “The Human Measure”
  • INTRANET
TAG
AI Annual Seminar Chiesa Christophe Herzog Confiance Covid-19 Democracy Dialogue education Educazione English ethics Etica fiducia Filosofia Francesca Fioretti Fraternity George Steiner Giuseppe Tognon History Humanism intelligenza artificiale Interreligious dialogue Istituzioni Italiano Letteratura libertà neuroscienze Philosophy Philosophy Presidente della Repubblica Religion Religion Ricerca scuola Sebastian Schwibach Seminario Annuale speranza Stefano Biancu storia teologia theology Trust Vulnerability Vulnerabilità

©2023 Contemporary Humanism ▸ P.iva IT01091891000 ▸ Privacy Policy

This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish. Privacy Policy - Cookie Policy Cookie settings REJECT ALL ACCEPT
Privacy & Cookies Policy

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these cookies, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may have an effect on your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA
  • English
  • Italiano
  • Français