Tra Stato e Chiesa in Italia nella pandemia (Giuseppe Tognon)

 

È un peccato che nei giorni scorsi si sia aperta una crepa nel rapporto tra la Chiesa e lo Stato sulla questione delle messe. È un peccato che il presidente Conte non abbia capito che l’obbedienza della Chiesa italiana alle direttive sanitarie del governo è stato un grande segno di responsabilità e di condivisione. E’ un peccato che la Conferenza episcopale abbia dovuto scrivere il duro comunicato uscito domenica scorsa che ha avuto l’effetto di far cambiare posizione al Presidente del Consiglio. D’altra parte, all’interno della Chiesa cattolica molti vescovi e alcuni intellettuali organici avevano issato la bandiera di una Chiesa «sovrana» «esigendo» che fosse lasciata libera di agire nelle questioni del culto. Magari qualcuno potrà pensare che Conte trarrà vantaggio politico dalla riapertura delle Chiese e magari altri diranno che la chiusura era stata imposta da uno dei tanti comitati di esperti di cui si circonda. Alcuni leader penseranno che è stato merito della loro pressione. Questa vicenda ha messo in luce tutta la complessità dei rapporti tra Stato e Chiesa nel nostro paese. Le prerogative della Chiesa risalgono ai Patti lateranensi del 1929 tra la Santa Sede e il governo di Mussolini che ha chiuso la “questione romana” cioè lo scontro tra il papato e il Regno d’Italia. Proprio la sapienza dimostrata dai Padri costituenti nel voler inserire all’interno della Costituzione repubblicana quegli accordi (art. 7) dovrebbe suggerire a tutte le parti rispetto e prudenza. De Gasperi volle l’art. 7 anche per vincolare la Chiesa alla democrazia italiana, mantenendone le prerogative ma vincolandole anche al rispetto delle istituzioni repubblicane. A quel tempo, De Gasperi doveva tener conto di un forte anticlericalismo delle Sinistre ma anche di un forte clericalismo nel mondo cattolico. Oggi, l’ emergenza del virus ha fatto emergere valori forti di condivisione e di fratellanza. E  nessuno, né dentro né fuori la Chiesa, può svilire il significato dell’obbedienza civile dei credenti  dando magari l’impressione che sia stata un cedimento al governo. Il card. Ruini (intervista a La Repubblica del 27 aprile) ha detto: «il Governo prenda atto di aver ecceduto». Il Santo Padre nella omelia del 28 aprile ha detto: “Preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”. Un richiamo di grande saggezza. Se si ragiona, con linguaggio tutto politico, di scuse pubbliche, di sovranità negate, di conflitti istituzionali, si resta in un copione sbagliato. Perché di quale sovranità ecclesiastica o statuale parliamo oggi? Sono entrambe sovranità indebolite dalla decristianizzazione, dal cattivo esempio delle istituzioni pubbliche, dalle difficoltà di praticare i principi della Costituzione e del Concilio. Tutti, credenti e non credenti, sono prima di tutto cittadini di una medesima comunità. Semmai, la libertà dei credenti si misura sulla capacità, se occorre, di rinunciare a qualche cosa, pur se fondamentale, in nome di un bene da salvaguardare in via prioritaria, come oggi è quello della salute. Anche se i credenti arrivassero ultimi nella riapertura, la loro sarà stata la testimonianza di un servizio. Gli ultimi saranno i primi. Il cuore della fede, ma anche della buona politica, è nella fiducia reciproca, nella pazienza come dono di prudenza, nel rispetto della parola data e nella capacità di scegliere il bene comune.

 

L’ADIGE 1 maggio 2020