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Una Repubblica senza maschera e guanti (Giuseppe Tognon)

 

Il 2 giugno 1946, con il referendum tra Monarchia e Repubblica e con l’elezione della Assemblea costituente – votarono anche le donne – è nata la Repubblica italiana, che ci ha portato la democrazia e restituito le libertà. La Repubblica è una istituzione ed ogni istituzione ha in sé qualche cosa di immateriale che non può essere compreso senza guardare alla storia. Le istituzioni sono principalmente creazioni dello spirito umano.

 

La domanda da porsi oggi è se il Covid-19 ha colpito solo noi o anche la Repubblica, se un virus naturale può far del male a qualche cosa che non ha un corpo materiale. La risposta dipende da noi: i cittadini sono i corpi di una Repubblica che però non può che averne uno solo e unito, sebbene collettivo. Si aprono allora interrogativi che vanno oltre la salute e che ci mettono di fronte ad un’alternativa: sopravvivere e basta o rilanciare prendendo in mano il nostro futuro, così da ridare alla Repubblica un compito. La nostra Repubblica non può difendersi con una mascherina e con i guanti. Ha bisogno che qualcuno ci creda.

 

Il confronto con il 1946 è d’obbligo. Quello fu un anno durissimo ma pieno di speranze e soprattutto di idee politiche. Dopo il referendum, Umberto II aveva cercato di prendere tempo, ma De Gasperi, Presidente del Consiglio, lo mise di fronte alle proprie responsabilità e il 13 giugno il re finalmente partì in esilio. Quella sera, De Gasperi lesse alla radio un messaggio di particolare intensità: «Vorrei dire ai partiti: non imprechiamo, non accaniamoci tra vinti e vincitori. Uno solo è l’artefice del proprio destino: il popolo italiano che, se meriterà la benedizione di Dio, creerà nella Costituente una Repubblica di tutti, una Repubblica che si difenda da sé, ma non perseguiti; una democrazia equilibrata nei suoi poteri; fondata sul lavoro ma giusta verso tutte le classi sociali; riformatrice ma non sopraffattrice, e soprattutto rispettosa della libertà della persona, dei comuni, delle regioni. Un immenso lavoro ricostruttivo abbiamo innanzi a noi; la salita è faticosa, diamoci la mano, uomini di buona volontà, comunque sia stato il vostro e il nostro voto».

 

Dopo la Seconda guerra mondiale la ricostruzione non fu una passeggiata, ma una cosa epica, nel bene e nel male. C’era l’idea che imparare a governarsi democraticamente fosse la cosa più intelligente da fare. Oggi la scena è diversa, ma le sfide ambientali, educative e produttive sono altrettanto epiche. Le emergenze, in politica, sono anche un’occasione. Ormai non è più possibile rammendare una stoffa civile usurata da troppe approssimazioni. Procedere alla giornata facendo finta di non vedere che il tempo delle scelte sta arrivando è come assistere ad una eutanasia repubblicana. Tutti i provvedimenti di emergenza dovrebbero essere pensati alla luce di alcune idee di fondo: ad esempio la riqualificazione del lavoro femminile, una radicale trasformazione della formazione tecnica e professionale, una riconversione dell’ambiente naturale, culturale e digitale. Le istituzioni democratiche devono assicurare il futuro a chi verrà, non consumarlo tutto nel presente di chi c’è già. La loro forza è nella capacità dei cittadini di trasformare la sofferenza in progresso, è nella voglia di imparare. Maggioranza e opposizione sembrano invece non credere più al loro ruolo: si cercano e si respingono come pugili in difficoltà. Il governo dispensa debito pubblico e scarica sui cittadini il peso delle scelte, anche sanitarie.

 

La Repubblica del 1946 è ancora lì, per fortuna, ma pare guardarci come se fossimo degli estranei. Sta a noi caricarla sulle nostre spalle come Enea fece con il vecchio padre Anchise.

 

L’ADIGE, 1 giugno 2020

Un patto al femminile per il post Covid (Giuseppe Tognon)

 

Molti proclamano che dopo la pandemia il mondo non sarà più lo stesso e che si apre la strada per grandi cambiamenti positivi. La maggioranza di noi credo tema invece che la vita diventerà più dura, che monteranno l’egoismo e la rabbia e che i più deboli lo diventeranno ancora di più. È meglio non sognare ad occhi aperti e concentrarsi sulla vita di tutti i giorni, senza attendere salvatori che non esistono. Nella prefigurazione di un nuovo mondo post Covid non basterà cambiare il lavoro, che spesso non c’è, ma occorrerà lavorare molto sulle reti sociali che veramente contano, in particolare quelle familiari. Che cosa sia successo davvero nei mesi di quarantena all’interno dei nuclei familiari non lo sappiamo ancora, ma è certo che non saranno state sempre rose e fiori. L’Italia non è tutta come il Trentino, con case belle, giardino, orti e natura. E dove i rapporti familiari sono tesi non c’è spazio o verde che tenga. Ma c’è una risorsa su cui puntare, le donne, e non solo perché sono la maggioranza. A qualche femminista parrà improprio che lo scriva un uomo, ma il tema è così importante che non importa chi lo solleva. La parte femminile dell’umanità è oggi la più adatta ad un cambiamento sostanziale nei modelli di vita. Le donne sanno che cosa è il precariato e hanno da secoli praticato il multitasking, cioè la capacità di pensare e realizzare molte cose insieme. Nel corso dei secoli hanno elaborato un’idea della “differenza” che non è legata solo al sesso o alla forza, ma piuttosto alla cura e alla ricucitura dei rapporti. La condizione femminile è diventata anche il modello di riferimento per le minoranze emarginate. La nostra cultura occidentale ha invece costruito un’idea dei santi e degli eroi prevalentemente al maschile. Le donne hanno sempre contato molto nella storia, ma la storia le ha ripagate con la strategia di dividerle. Si dice, ad esempio, che accanto ad un grande uomo c’è sempre una grande donna, ma anche questo riconoscimento è funzionale a dividere le donne segregandole in ruoli importanti ma subalterni.  I miti e la letteratura sono pieni di singole donne esemplari che però nascondono il “collettivo” femminile. Eppure, molte guerre, molte faide familiari, molte lotte per impossessarsi dei corpi, sono terminate anche perché un collettivo di donne ha detto basta e si è rifiutato di seppellire i morti, di alimentare i rancori, di subire violenze. Questa pandemia è dunque l’occasione per dare spazio all’idea che il femminile non è solo un genere, ma una qualità preziosa dell’umano. Non si risolverà la crisi demografica, non si cambierà la famiglia, la scuola, il modo di produrre e di consumare, se le donne non lo vorranno. Ma non basta contare sul femminismo e sulle sacrosante battaglie per i diritti delle donne. Non bastano le quote rosa perché i diritti fondati soltanto sulle norme lasciano spesso il tempo che trovano. Occorre piuttosto una scommessa sul protagonismo femminile come esempio di intelligenza di vita.  Anche nella politica bisognerebbe avere il coraggio di consultare di più le donne e su alcune questioni si potrebbe considerare vincolante l’opinione femminile.  Nella Chiesa, che è una istituzione molto stanca, si dovrebbe puntare sul diaconato femminile con maggior coraggio. Se non stiamo vivendo solo una epidemia, ma una malattia delle relazioni interpersonali, possiamo imparare dalle donne anche a costruire forme migliori di organizzazione sociale. La crisi italiana ci sprona ad aiutarci reciprocamente, a firmare un nuovo patto tra noi, in prima persona, nella vita quotidiana.

 

L’Adige 14 maggio 2020

Vulnerability and Responsibility (Stefano Biancu)

 

I am a Professor, I work with words. I know how to fill in any kind of space or time gap with words. I know how to catch the attention of an audience through funny words or emotional phrases. I know how to skirt issues smartly when I do not have all the answers. I have learned all of that, these are the tricks of my job.

 

But now I have no more words. The words I used to have are not enough to express what I am witnessing, what we are going through. They are not enough and they even bother me. I would like to escape from all this, but I do not know where to go, for we are all in the same boat: the neighbour next door and the faraway neighbour who lives in the other hemisphere.

 

The only word still left in my mind is “why?”. Why all this? Why in these proportions? I have no answer to this question, and this time I cannot skirt the issue smartly.

 

Who is responsible for that? To my students I always explain that an action is not a “mere fact”. It presumes a free and responsible agent, someone I can hold responsible for their action, someone I could ask to justify their action, to make it fair to my eyes.

 

But today there is no one we can hold responsible for what is happening to us. All attempts to find a culprit – someone who can answer for what is happening – seem to be vain. The virus is not even a living creature. It kills and destroys even lacking the motivation – questionable but understandable – of having to survive: mors tua, vita mea.

 

We have tried to find some culprits: pollution, some kinds of husbandry practices with animals, the lies of the Chinese government, the inefficient organisation of our country, the cuts in the healthcare system budget, and even the runners. At some point, it looked like it was them – the runners – the cause of the catastrophe. If you run while people are dying, you must be the one to blame. I must confess that, as long as it was permitted, I was one of the runners, too. I used to run to feel alive and I did it without putting anybody’s life at risk. Because of this, I know runners are not the ones to blame. We are very mean to each other, desperately searching for a culprit. Let’s find that someone and the problem will be solved!

 

Here lies the tragedy: this time there is no one to blame. There is no one who can answer for all this. Some choices – wrong or delayed – may have made the situation worse, or may not have sufficiently limited the damage, but no one is really guilty of all this death and destruction. And in lack of a response, we do not even have words anymore. And yet we need words as much as we need the air that the virus takes away from those who are attacked by it.

 

It is not true that everything will be fine. This time the cure will inevitably have some very serious side effects. We are saving lives by putting others’ at risk. The choice between pandemic and famine is an unsolvable dilemma, just as it is having to decide who must live and who must die. At the moment the most important principle is to concentrate on the most urgent threat, but this argument will not be valid forever. Very soon hunger and solitude could start killing just like the virus. We do not know what to say, everything is so uncertain.

 

Everything will be fine, this is what we have been saying to ourselves repeatedly like a mantra. But now we know that not everything will be fine, at least not for everyone. The human cost of this sad event will be very high for many, and for some it will be even higher. Also in this case the motto we were holding on to – “everything will be fine” – collapsed, dragged away from a trail of military trucks crammed with coffins.

 

What will ever give words back to us in the midst of this void of answers? In this situation in which it seems that, whatever we do, we are mistaken or at least we do not solve anything? In this continuous killing of illusions for which every day it becomes more and more obvious that not everything will eventually be fine?

 

Now more than ever, it has become clear that hope is not a passion, not just a feeling. It is the result of a decision, a choice. Today we can choose hope. In what we are experiencing, we are more vulnerable than responsible. There are more things beyond our control than in our control. And yet there is one thing we are responsible for: our hope.

 

Hope is not the illusion that evil will not strike us, the illusion that we are not vulnerable. It is the confidence that this immense nonsense can make sense. Words will come back to us. But for this sense and for these words we will be responsible.

 

All of this will make sense if we do not waste this extreme time of isolation and quarantine. It will make sense if we use it to work on ourselves, now that the situation requires that we face our real selves without any social filter. The manager, the worker, the janitor, the top model are alone, confronting themselves the same way. This time will make sense if we use it to build up on our human relationships, now that the social relations have thinned out. It will make sense if each of us, according to our possibilities, contributes to dream and design a different world. Different politics, different economy, a different Europe, even a different ethics.

 

A kind of ethics that will have measure up with those impassably vulnerable and responsible beings which the virus has revealed we are. A kind of ethics for beings who do not have everything in their control but who must do the good they can, far beyond what the rights of a third party or the obligations of a law may require.

 

Everything that in the past we considered supererogatory – that is to say, good but not required – has now become a daily duty. That is the necessary response to the appeal of the most vulnerable ones, and the essential condition to live as humans. The commandment of love – the supererogatory par excellence –, that something that nobody can demand from you – has always been considered valid only for the believers. Today, it has imposed itself as the living core of ethics. Sine amore non possumus.

 

Perhaps the happy ending will not be what we imagined while saying to ourselves that everything would be fine. We are vulnerable. But another happy ending is still possible and it is within our reach. And for that, we are responsible.

 

Tra Stato e Chiesa in Italia nella pandemia (Giuseppe Tognon)

 

È un peccato che nei giorni scorsi si sia aperta una crepa nel rapporto tra la Chiesa e lo Stato sulla questione delle messe. È un peccato che il presidente Conte non abbia capito che l’obbedienza della Chiesa italiana alle direttive sanitarie del governo è stato un grande segno di responsabilità e di condivisione. E’ un peccato che la Conferenza episcopale abbia dovuto scrivere il duro comunicato uscito domenica scorsa che ha avuto l’effetto di far cambiare posizione al Presidente del Consiglio. D’altra parte, all’interno della Chiesa cattolica molti vescovi e alcuni intellettuali organici avevano issato la bandiera di una Chiesa «sovrana» «esigendo» che fosse lasciata libera di agire nelle questioni del culto. Magari qualcuno potrà pensare che Conte trarrà vantaggio politico dalla riapertura delle Chiese e magari altri diranno che la chiusura era stata imposta da uno dei tanti comitati di esperti di cui si circonda. Alcuni leader penseranno che è stato merito della loro pressione. Questa vicenda ha messo in luce tutta la complessità dei rapporti tra Stato e Chiesa nel nostro paese. Le prerogative della Chiesa risalgono ai Patti lateranensi del 1929 tra la Santa Sede e il governo di Mussolini che ha chiuso la “questione romana” cioè lo scontro tra il papato e il Regno d’Italia. Proprio la sapienza dimostrata dai Padri costituenti nel voler inserire all’interno della Costituzione repubblicana quegli accordi (art. 7) dovrebbe suggerire a tutte le parti rispetto e prudenza. De Gasperi volle l’art. 7 anche per vincolare la Chiesa alla democrazia italiana, mantenendone le prerogative ma vincolandole anche al rispetto delle istituzioni repubblicane. A quel tempo, De Gasperi doveva tener conto di un forte anticlericalismo delle Sinistre ma anche di un forte clericalismo nel mondo cattolico. Oggi, l’ emergenza del virus ha fatto emergere valori forti di condivisione e di fratellanza. E  nessuno, né dentro né fuori la Chiesa, può svilire il significato dell’obbedienza civile dei credenti  dando magari l’impressione che sia stata un cedimento al governo. Il card. Ruini (intervista a La Repubblica del 27 aprile) ha detto: «il Governo prenda atto di aver ecceduto». Il Santo Padre nella omelia del 28 aprile ha detto: “Preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”. Un richiamo di grande saggezza. Se si ragiona, con linguaggio tutto politico, di scuse pubbliche, di sovranità negate, di conflitti istituzionali, si resta in un copione sbagliato. Perché di quale sovranità ecclesiastica o statuale parliamo oggi? Sono entrambe sovranità indebolite dalla decristianizzazione, dal cattivo esempio delle istituzioni pubbliche, dalle difficoltà di praticare i principi della Costituzione e del Concilio. Tutti, credenti e non credenti, sono prima di tutto cittadini di una medesima comunità. Semmai, la libertà dei credenti si misura sulla capacità, se occorre, di rinunciare a qualche cosa, pur se fondamentale, in nome di un bene da salvaguardare in via prioritaria, come oggi è quello della salute. Anche se i credenti arrivassero ultimi nella riapertura, la loro sarà stata la testimonianza di un servizio. Gli ultimi saranno i primi. Il cuore della fede, ma anche della buona politica, è nella fiducia reciproca, nella pazienza come dono di prudenza, nel rispetto della parola data e nella capacità di scegliere il bene comune.

 

L’ADIGE 1 maggio 2020

75 anni fa e oggi. Storia, patria, virus (Giuseppe Tognon)

 

Quest’anno il 25 aprile, data che celebra la liberazione dal nazifascismo e la fine della guerra, cade in un momento mai vissuto prima durante gli ultimi settantacinque anni. Proprio per questo bisogna avere il senso delle cose e non confondere storia e natura. Oggi ci difendiamo da un virus terribile, ma non più di tanti altri prima. Solo che ce lo eravamo dimenticati, facendo finta di essere i padroni della terra. I suoi effetti ci appaiono più tragici perché con la scienza e la fatica avevamo creduto di dominare ogni fatto naturale o quasi. Venticinque anni fa invece festeggiavamo una liberazione voluta e cercata da donne e uomini che avevano combattuto ed erano morti per un’idea di libertà e di democrazia. Allora fu il trionfo degli ideali, oggi è il trionfo dell’ansia e della paura e il fallimento dell’illusione che basta essere un più ricchi per essere più felici.

Sotto i colpi del virus siamo solo donne e uomini preoccupati e isolati: quel 25 aprile 1945 eravamo anche «italiani» che sfilavano, che volevano aprire una nuova pagina di storia. Oggi ci difendiamo dall’ignoto e stiamo chiusi in casa; allora combattevamo qualche cosa di noto e di terribile, il nazifascismo; allora festeggiavamo la fine di venti anni di regime, oggi aspettiamo il miracolo di un vaccino. I due modi di essere devono diventare uno solo: non c’è scienza o ricchezza che possa sostituirsi agli ideali e all’amore per la patria; non c’è isolamento che possa soffocare gli ideali e la fede.

Quel 25 aprile 1945 ci indica anche una prospettiva che oggi con la pandemia non vediamo ancora chiara: la ricostruzione su basi nuove dell’Italia e dell’Europa, se quest’ultima non sarà distrutta dal virus del nazionalismo. Allora, per almeno tre anni, tutte le forze politiche – cattolici, comunisti, socialisti, liberali e azionisti- lavorarono insieme per preparare la Ricostruzione, decidere la Repubblica, adottare la Costituzione. La domanda è se saremo capaci oggi di ritrovare quella fede e quell’unità, di ritrovare cioè un’idea sobria e reale di Paese, senza sotterfugi e senza proclami. Anche allora piangevamo i morti, ma bisognava farsi coraggio pubblicamente per ricominciare a vivere. Il 25 aprile è stato un momento di liberazione ma anche di pacificazione. Tutti i morti della Resistenza, che fu anche una guerra civile, sono da piangere, ma la pietà per ogni vittima – anche del virus – non può nascondere il valore delle scelte politiche, perché sono le scelte che si tramandano, non i corpi. Oggi ricordiamo, senza fanfare ed anzi preoccupati per i tanti errori commessi, chi aveva scelto la libertà e la democrazia e che aveva permesso a tutti, anche a chi aveva scatenato la guerra e umiliato le libertà, di continuare a fare parte dell’unica Italia e di lavorare per quel «compito magnifico» che per De Gasperi era la ricostruzione democratica del paese.

 

L’Adige 25 aprile 2020

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